La storia raccontata dai cibi tipici

TARALLO E TARALLARI

L’etimologia ci conduce alla parola greca “daratos” (sorta di pane), ma alcuni suppongono possa avere la radice nel termine latino “torrère” (abbrustolire) un’altra voce ci suggerisce la parola italica “tar” (avvolgere).

 Nel corso dei secoli passati scrittori, autori di commedie e cantanti, hanno descritto veri e propri scorci di Napoli avvalendosi della figura del “tarallaro” .Il tarallo ’nzogna e pepe sarebbe nato verso la fine del ’700 ad opera dei fornai che invece di buttare la pasta restante del pane ”il cosidetto sfriddo”, vi addizionavano un po’ di ’nzogna (strutto) e parecchio pepe, riducevano la pasta a due striscioline e le attorcigliavano tra di loro a forma di ciambella che poi veniva infornata. Un alimento che all’epoca riempiva lo stomaco con pochi soldi. Nei primi anni del XIX sec. ,nel tarallo insieme alla ’nzogna e pepe iniziano a comparire le mandorle non pelate, la scrittrice J.C.Francesconi,lo menziona in un suo libro ,scrive così:

“E’ quello che il Napoletano non dimentica mai di portare se si parte per una gita in barca.”

Inoltre ne menziona un’altra forma simile ad una fresella rettangolare ,questo tipo di tarallo ho avuto modo di trovarlo in una commedia di E.Scarpetta (vi allego il video che vede come protagonista il Tarallo accompagnato dalla maestria del grande E.De Filippo);La Francesconi lo descrive così:

“Cotti stretti l’uno all’altro, in modo che si attaccassero lievemente, formavano un rettangolo, quasi una trina a buchi con disegno regolare e monotono,così venivano esposti nelle vetrine dei panettieri o sui banchi dei tarallari ambulanti di Mergellina.”

Matilde Serao nel suo “Ventre di Napoli “ usa i tarallari del borgo per descrivere ciò che stà succedendo a S.Lucia durante quel periodo:

Nulla di più pittoresco che la strada di santa Lucia, di esclusiva proprietà dei signori pescatori e marinai, intrecciatori di nasse e venditori di ostriche; nonché delle loro signore mogli, venditrici di acqua sulfurea e di ciambellette, cucinatrici di polipi e friggitrici di peperoni.

Non vi è venditrice di acqua minerale, di noci, di frutta fracide, di ciambellette, di spassatiempo che guadagni, quando li guadagna, più di dodici o quindici soldi al giorno e, se è sola, se è vedova, se è abbandonata dal marito, come potrebbe pagarne diciassette, al giorno, per il pigione di casa? In breve: come era naturale, non un solo luciano, non una sola luciana è andata ad abitare al Borgo Marinai. Non uno, una! Hanno preferito, ostinatamente, le loro vecchie, dirute, sudicissime case che, per diciotto anni, hanno aspettato il piccone, ove pagavano nove o dieci lire il mese, di pigione – è TUTTO ciò che può pagare il popolo napoletano NOVE o DIECI LIRE il mese! – e negli ultimi due anni, man mano si sono ritirati più indietro, nelle medesime catapecchie, e scacciati dalle demolizioni, sono rientrati, rientrano la notte ad abitare le rovine, e si gittano alle ginocchia dei demolitori, per non essere perseguitati dalle guardie, dai carabinieri, e piangono, e gridano, e urlano, non vogliono andar via, non sanno andar via, e alcuni di essi, o pietà grande, abitano, adesso, nelle grotte onde è forato il monte Echia che sovrasta santa Lucia”.

Più clemente G.E.Bidera in “Usi e costumi del popolo Napoletano”,quando scrive:

Quella bellissima strada, ch’io vidi costruire con l’amore di chi bada alle proprie fabbriche,

 mi é di ſacile gita e di stanchevole tornata. Percorre meco la via del Gigante

lunga tratta di gente d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogai condizione ; che

all’acqua sulfurea va il nobile e il plebeo, come ad una sacra festa, il

mare sembra un immenso lago in calma del color di bronzo pel riflesso

ombroso cielo, popolato da cento barchette che giungono e partono

piene di gentame. Il Monte Echia mi sorge innanzi solitario e miste-

rioso: l’incorona un antico editizio fabbricato sulla balza tagliata a pic-

co, massiccia, colossale, che sta al sottoposto castello dell’Uovo, come

un ſeudatario ad un colono. Marinari, carrozze che si fauno strada in

mezzo la calca, acipua, bicchieri, tarallini, urli, canti, gridi: ecco S. Lu-

cia in un giorno di estate.”

Inoltre il tarallo nei secoli passati entra a far parte anche di un rito scaramantico citato dallo stesso Bidera , ci racconta così:

“Nell’alto della notte poi la credula gente e superstiziosa vi recava i ca-

valli infermi girandovi intorno misteriosamente; né questo solo; ma an-

che delle donnicciuole inferme ricorrevano al cavallo di bronzo sana-

tore d’ogni malore.”

Il cavallo a cui fa riferimento è lo stesso delle vicende di “Corrado lo Svevo” , che presa la città dopo molta strage, qual novello Serse che fece battere il mare ,per dare una ridicola lezione al popolo Napolitano da lui raffigurato in quel cavallo sfrenato , gli fece troncare la testa, e modellarne un’altra col freno ,e sulle redini fece scrivere queste ampollose parole : 

“Hactenus effrenis, Domini nunc paret habenis: Rex domet hunc aequus Parthenopensis equum .” 

Fino ad ora a redini sfrenate, ora obbedisce al padrone. Un re, equo per i Partenopei, domi questo cavallo.

F.De Bourcard, nel 1853 racconta la riviera e i suoi venditori (Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti),descrivendo l’accalappiarsi del cliente:

“La prima volta che scendete a bere in quell ‘amenissima rivera tutte quelle venditrici ,giovani e vecchie, co’loro bicchieri colmi d’acqua zampillante come sciampagna ,vi si fanno d’intorno supplicandovi ;e voi potete scegliere come un Bascià quella che più vi aggrada, ma nei giorni seguenti non vi è più dato di cambiarla senza la taccia di scortese : la vostra bella Luciana vi ha già incaparrato come suo avventore,ed è rispettata dalle compagne osservatrici della patria costumanza, che infranta cagionerebbe sanguinose risse. Chiudono i Luciani questo loro lucroso mercato con una festa speciosa l’ultima Domenica di Agosto in onore di Nettuno , oggi sacra alla Madonna della Catena , nel qual dì si tuffano in mare ,e nel secolo scorso vi gettavano a forza chiunque a quell’ora si trovasse passando per la riviera “.

Nel XX secolo alcuni autori e cantanti del panorama musicale Napoletano,menzioneranno il tarallo e i tarallari nelle loro canzoni,tra questi Murolo e Daniele.

Ernesto Murolo:

 “ ‘E ffigliole pe sottaviento

mo’ se fanno na’ zuppetella

Cu’ ‘e tarale ‘nta l’acqua ‘e mare

L’acqua smoppeta fragne e pare

ca e mnanelle so’ tutt’ argiento” .

Pino Daniele nel 1977 dedicherà una canzone proprio ad uno dei tarralari di quel tempo, uno dei più emblematici della sua città ,“Furtunato”.

Inoltre a Napoli c’è una vico intitolato proprio ai tarallari nei pressi di Forcella.

Furtunato ‘o tarallaro

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