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La zeppola di San Giuseppe quando era diversa da quella attuale

Eccoci qui, siamo giunti alla vigilia di San Giuseppe,una festa molto sentita dal popolo Napoletano e come dicevo nel post di ieri in passato si teneva una gran fiera, ricordo quei 19 Marzo di decenni fà, all’epoca ero solito recarmi con mio padre in giro per la fiera ad osservare le bancarelle al fossato del Maschio Angioino, ricordo che era considerato come giorno di festività, quindi non lavorativo, un fiume di gente riempiva le strada, scatoloni pieni di pulcini e venditori di canarini e cuccioli di cane che urlavano per vendere quelle povere bestioline tenute in condizioni davvero tristi, ma torniamo alle zeppole, qualche secolo fà le strade invece si riempivano di venditori di zeppole di San Giuseppe;esse si presentavano come una sorta di graffe,in una versione addirittura condite con miele al rosmarino (V. Corrado)e poi ripassate nello zucchero, le zeppole non erano diverse solo nella forma ma anche nell’impasto, l’impasto non era fatto di pasta choux ma di acqua(a volte anche aromatizzata) , vino o acquavite, farina e poi fatte in tortanelli e fritte ;
V. Corrado nel “Cuoco Galante” annovera le zeppole nel capitolo dei bignè, però nella ricetta dei bignè alla Napoletana non compaiono le uova, stessa cosa scriverà il Cavalcanti quasi un secolo dopo.
Un’altra conferma che le zeppole fossero una sorta di graffa ci arriva dal fatto che in molti comuni vicino Napoli o in provincia, per zeppola si intende ancora oggi una sorta di graffa, ma più lunga e sottile, c’è un noto brand che prepara delle “zeppole” che ha battezzato il suo marchio con il nome “Zeppola d’oro”.
Tornando alle strade di Napoli la conferma della fiumana ci arriva anche da Goethe che nelle sue “lettere da Napoli” scrive così :

Oggi era anche la festa di san Giuseppe, patrono di tutti i frittaroli, cioè dei venditori di pasta fritta, beninteso della più scadente qualità. E poiché sotto il nero olio bollente arde di continuo una grande fiammata, della loro sfera fa parte anche il tormento del fuoco; perció iersera avevan fatto, avanti alle loro case, una parata di quadri di anime del purgatorio e di giudizi universali entro un lingueggiare e divampare di fiamme. Sulle soglie delle case grandi padelle erano poste su focolari improvvisati. Un garzone lavorava la pasta, un altro la manipolata e ne faceva ciambelle che gettava nell’olio fumante. Un terzo vicino alla padella, ritraeva con un piccolo spiedo le ciambelle man mano ch’eran cotte e con un altro spiedo le passava a un quarto che le offriva agli astanti; gli ultimi due garzoni erano ragazzotti con parrucche bionde e ricciute,che qui simboleggiano angeli.
Alcuni altri completavano Il gruppo mescendo vino ai lavoranti, bevendone essi stessi e gridando le lodi della mercanzia; tutti gridavano, anche gli angeli, anche i cuochi. Il popolo faceva ressa, perché in questa serata tutti i fritti si vendono a poco prezzo e una parte del ricavo va persino ai poveri.

Altra testimonianza ci arriva da Don Giulio Genoino sua << ‘nferta>>ci parla di quando la si offriva anche a Capodanno, mentre per il 19 Marzo diceva cosi:
“Zeppole de pasticciere a delluvio. Chelle de Pintauro sono cchiù deffamate per l’ antichità di servizio.Mercato de passarielle a lo Spitaletto. Guagliune ca te stonano con le zerrezerre(giocattolo, strumento musicale, di legno o di stagno con una ruota dentata e un bastoncello che, nell’agitarlo e aggirarlo, urta in una linguetta e produce un suono. Il suo nome deriva dallo spagnolo cencerro che significa sonaglio. In italiano si chiama raganella) Batterie de cucina per le ppupate abbascio San Giuseppe”

Domani farò un nuovo post, vi parlerò di Emmanuele Rocco, del suo farne un monumento e come la crema finí sulle zeppole e dell’idea di Pintauro

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